LA SCUOLA DEL FUTURO NON E’ UN MOTORE DI RICERCA

punto di vista - di Franz Di Maggio con Massimo Cacciari per La Scuola di Atene

L’incerta riapertura prossima futura delle scuole, non può vederci passivi testimoni di una situazione problematica ben più preoccupante dell’elegante e pilatesca “lavata di mani” del ministro dell’Istruzione. Ovvero dirigenti scolastici, pensateci voi, questa è (quando conviene) l’autonomia.

Dicevamo i problemi però non si riducono a come e quando e se riapriranno le scuole, ma investono aspetti sociali che aumenteranno il distanziamento (non solo quello fisico, ma quello reale) sociale. Come afferma Massimo Cacciari: <<La prospettiva che emerge è quella di una definitiva e irreversibile liquidazione della scuola nella sua configurazione tradizionale, sostituita da un’ulteriore generalizzazione e da una ancor più pervasiva estensione delle modalità telematiche di insegnamento. Non si tratterà soltanto di utilizzare le tecnologie da remoto per trasmettere i contenuti delle varie discipline, ma piuttosto di dar vita ad un nuovo modo di concepire la scuola, ben diverso da quello tradizionale.



Ebbene, si può certamente riconoscere – come da più parti nel corso degli ultimi anni si è sostenuto in maniera argomentata – che la scuola italiana avrebbe bisogno di interventi mirati, collocati su piani diversi, tali da investire gli stessi modelli della formazione e lo statuto epistemologico delle varie discipline. Ma altro è porre all’ordine del giorno un complessivo e articolato processo di riforma, frutto di una preventiva e meditata elaborazione teorica, tutt’altra cosa è appiattire il complesso processo dell’educazione sulla dimensione riduttiva dell’istruzione>>.

Realtà tra l’altro ben studiata altrove; basterebbe mettere il naso oltre le Alpi per avvedersi che quasi tutti i Paesi europei nostri competitors, le sperimentazioni già avvenivano con lungimiranza da tempo e che della didattica a distanza si erano ben compresi vantaggi e limiti. E’ quindi superficiale come molti dicono “sostituire la vita di classe con lo schermo”. Nessuno sottovaluta i vincoli oggettivi che potrebbero persistere anche in autunno, rendendo troppo rischioso il tentativo di ritorno alla normalità. Ma dare superficialmente per assodata l’intercambiabilità fra le due modalità di insegnamento – in presenza o da remoto – vuol dire non aver colto il fondamento culturale e civile della scuola, dimostrandosi immemori di una tradizione che dura da più di due millenni e mezzo e che non può essere allegramente rimpiazzata dai monitor dei computer o dalla distribuzione di tablet. Decisiamente NOI della Scuola di Atene stiamo con la scuola sociale, quella che elimina il “distanziamento sociale” che va molto aldilà della lontananza tra presunti untori e vittime, perché acuisce le differenze tra “chi può” (ha più stanze, più computer ecc.) e tra chi “non può”: <<È probabilmente superfluo ricordare che il termine greco scholé, dal quale derivano i termini che nelle lingue moderne descrivono la scuola, indica originariamente quella dimensione di tempo che è liberata dalle necessità del lavoro servile, - afferma Cacciari - e può dunque essere impegnata per lo svolgimento di attività più nobili, più corrispondenti alla dignità dell’uomo. Ne consegue che la scuola non vuol dire meccanico apprendimento di nozioni, non coincide con lo smanettamento di una tastiera, con la sudditanza a motori di ricerca. Vuol dire anzitutto socialità, in senso orizzontale (fra allievi) e verticale (con i docenti), dinamiche di formazione onnilaterale, crescita intellettuale e morale, maturazione di una coscienza civile e politica.Insomma, qualcosa di appena più importante e incisivo di una messa in piega o di un cappuccino>>.

10 visualizzazioni